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L'uso del biocondizionatore

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Uno dei primi prodotti che un acquariofilo incontra sulla propria strada è sicuramente il biocondizionatore. Il mercato oggigiorno offre decine e decine di prodotti che promettono cambi d’acqua semestrali, pesci sanissimi, miglioramento dei parametri dell’acqua, stimolazione alla riproduzione, riduzione dello stress e chi più ne ha più ne metta! In questa giungla è difficile orientarsi e spesso ci si lascia trasportare dalle etichette e dagli slogan che promettono miracoli.
Normalmente, quando ci si accinge ad entrare nel mondo degli acquari e dell’acquariofilia, il primo passo che si compie è quello di entrare in un negozio e prendere una vasca delle dimensioni che riteniamo più opportune e tutto il necessario per la sua gestione. Già in questo primo passo si viene assaliti da mille dubbi e incertezze, e si fanno avanti tante domande che il più delle volte trovano le risposte vaghe di un negoziante. Eh si, perché bisogna dirlo, fatta eccezione per alcune decine di grandissimi professionisti del settore acquariofilo, la conoscenza dei negozianti in materia acquariofila è alquanto scarsa. E come se non bastasse, si viene bombardati da mille immagini pubblicitarie, boccette colorate, design accattivanti che non fanno altro che invitare ad acquistare i prodotti.
Vediamo quindi con più attenzione di cosa parliamo quando pronunciamo la parola “biocondizionatore”.
La parola biocondizionatore ha origine greca e indica sostanzialmente una sostanza non ben specificata che può andare a modificare qualcosa che ha a che fare con gli esseri viventi. Esistono diversi tipi di biocondizionatori e che fanno cose diverse, vediamo sostanzialmente i principali:
I sequestranti, complessanti, chelanti;
Gli acidificanti;
I chiarificanti;
Gli additivi complementari;

Vediamoli uno per uno.

I chelanti sono presenti ormai da almeno 30 anni nel mondo dei biocondizionatori e dell’acquariofilia, ma la loro origine è molto più vecchia se pensiamo che provengono dal campo della depurazione delle acque dove vengono utilizzati da tanti anni. Sono normalmente composti da molecole che catturano in maniera più o meno selettiva le sostanze indesiderate presenti nell’acqua. Un esempio di sostanze comunemente utilizzate nella vita quotidiana che funzionano come sequestranti sono i polifosfati, che fino a pochi anni fa venivano aggiunti come additivo in lavatrice in modo tale che si legassero al calcio e il magnesio impedendo a questi ultimi di precipitare sottoforma di calcare. L’uso dei polifosfati è stato abbandonato diversi anni fa per ragioni ecologiche e questi sequestranti sono stati sostituiti da altre molecole, come ad esempio i policarbossilati. I biocondizionatori possono essere di diverso genere e natura ma sostanzialmente la loro funzione è sempre la stessa. Nella categoria dei chelanti rientrano quei biocondizionatori che si aggiungono all’acqua quando si fanno i cambi. In particolare questi biocondizionatori si occupano di legare i metalli e il cloro e renderli inoffensivi per i pesci. In realtà questi prodotti non contengono una sola molecola che fa tutto il lavoro, ma proprio per una questione di selettività che queste molecole hanno, ne contengono un mix di almeno due molecole differenti, una per i metalli e una per il cloro. Per i metalli, in campo industriale, di solito vengono utilizzate molecole come il benzotriazolo, l’acido citrico, il sodio esametafosfato, ma nel campo acquariofilo è molto più probabile l’utilizzo di composti simili all’EDTA (sale dell’acido etilendiamminotetracetico) che non stravolgono il pH e non sono tossici per i pesci. Per quanto riguarda invece l’eliminazione del cloro libero si usano agenti riducenti come il bisolfito di sodio.
Ma dove finiscono questi metalli pesanti? Come appare chiaro rimangono in acqua e “aspettano” di essere digeriti dai batteri o assorbiti dalle piante.
Sull’utilizzo di questi biocondizionatori è stato detto tutto nel corso degli anni, ma è molto importante stabilire a mio avviso quanto questi prodotti siano realmente necessari nel campo acquariofilo. A tal proposito ognuno può avere la propria opinione, ma ci sono dei fatti che in quanto tali non possono essere trascurati. Come detto sopra i motivi che secondo le case produttrici giustificano l’uso di questi biocondizionatori sono essenzialmente due:
Eliminano i metalli pesanti;
Eliminano il cloro;
Adesso per quanto riguarda l’eliminazione dei metalli pesanti bisogna dire che nella nostra acqua di rubinetto potabile esistono già di per se quantità trascurabili di metalli pesanti per motivi legali derivanti dall’uso umano che si fa dell’acqua potabile stessa, ma qualcuno potrebbe obiettare che i pesci possono accumulare e concentrare i metalli pesanti all’interno dei propri tessuti. Ebbene, allora bisogna fare qualche altra precisazione. In un acquario esiste una considerevole quantità di sostanze organiche disciolte (per semplicità chiamate COD che sta per carbonio organico disciolto) che sono il prodotto della decomposizione batterica di feci, resti di mangime, foglie e alghe morte e di tutto ciò che concerne l’attività biologica in vasca. Questi composti hanno esattamente la stessa funzione dei chelanti sintetici come l’EDTA, quindi catturano i metalli pesanti liberi e li intrappolano in molecole organiche, rendendoli innocui. La stessa cosa succede quando si utilizzano la torba e i suoi estratti, che non fanno altro che aggiungere altro COD in acqua rendendo la chelazione dei metalli pesanti ancora più veloce. Se poi in acquario sono presenti delle piante (specie quelle a crescita rapida), esistono molti studi che confermano la capacità da parte degli organismi vegetali di assorbire grandissime quantità di metalli pesanti e di concentrarli anche del 500% all’interno dei propri vacuoli (parti vuote della cellula vegetale). Tutto questo offre una ulteriore maggiore garanzia dai metalli pesanti.
Problema cloro. Il cloro può essere aggiunto nelle acque potabili fino a concentrazioni notevoli nell'acquedotto e serve per rendere le acque sicure dal punto di vista biologico (per uccidere eventuali organismi patogeni). Sebbene il limite di legge sia abbastanza elevato, normalmente non viene mai immesso a concentrazioni superiori a 0,2 mg/l(quando si avverte la classica puzza di cloro dopo un'interruzione dell'erogazione idrica ad esempio). Il cloro può essere somministrato sostanzialmente in due modi
Come ipoclorito;
Come cloro ammina;
Il secondo metodo, è largamente utilizzato negli Stati Uniti e di difficile rimozione, a meno che non si usi una sostanza chimica che lo leghi. Fortunatamente queste sostanze in Italia praticamente non vengono mai utilizzate, tranne che in casi molto particolari (ospedali ad esempio). Il primo metodo (l'ipoclorito) è quello largamente utilizzato in Italia e ha il vantaggio che il cloro libero permane in acqua per la massimo 24 ore (dipendentemente dalla concentrazione, dal movimento dell’acqua, temperatura e dalla superficie di scambio con l’aria) dalla sua immissione, poi diventa volatile e abbandona la soluzione acquosa. Ovviamente la decantazione con una pompa di movimento accelera molto l'eliminazione del cloro libero, quindi dopo qualche ora non ci saranno più problemi per i nostri pesci perchè il cloro sarà ormai andato via.
Vale la pena spendere qualche parola sui casi, pochi per la verità, in cui ritengo giustificato l’utilizzo di un biocondizionatore. Possiamo riassumerli generalmente nei seguenti:
Nel caso l’acqua dei cambi sia acqua NON controllata (ad es. acqua di pozzo);
Nel caso in cui l’acqua di rubinetto abbia un inquinamento certificato talmente elevato da non poter essere utilizzata neppure per la cottura di alimenti umani o per le operazioni di pulizia personale;
Nel caso in cui si debba cambiare più del 50% dell’acqua in vasca;
Nel caso in cui non si abbia la possibilità di decantare l’acqua per i cambi.

Gli acidificanti invece, appartengono a tutt’altro genere di biocondizionatori e servono a tamponare e acidificare il valore di pH, cosa molto importante se si ha a che fare con pesci abituati a vivere in zone con pH acidi. Nel campo industriale si utilizzano acidi abbastanza forti per ragioni economiche e pratiche, ma questi acidi non sempre possono andare bene nel campo acquariofilo. I primi prodotti immessi sul mercato erano dei derivati industriali e pertanto contenevano acidi molto forti. Questi acidi avevano il vantaggio di abbassare facilmente il valore di pH, ma avevano il grosso svantaggio di ridurre contemporaneamente il KH, rendendo il pH in acqua instabile e aumentando il rischio di eventuali sbalzi. Negli ultimi anni sono stati immessi sul mercato dei prodotti di origine naturale che modificano il pH in maniera più blanda ma che sono estremamente sicuri anche dal punto di vista della stabilità di questo valore. Numerosi sono poi i Buffer, quei prodotti che costituiti da due molecole diverse, costituiscono una volta in acqua, una soluzione tampone che stabilizza il pH in un range ben preciso. Gli acidificanti di prima generazione (chiamiamoli così) erano sostanzialmente costituiti da acido cloridrico concetrato, mentre i prodotti più recenti sono sempre più estratti di sostanze naturali, come la torba, la quercia, le pigne di ontano. Si precisa che per ottenere una migliore estrazione probabilmente c’è da fornire una quota di acidi forti (acido cloridrico ad esempio), ma in questo caso il potere stabilizzante degli acidi naturali (acidi umici e fulvici in gran parte) non permette il crollo eccessivo del pH, poiché oltre al potere acidificante possiedono anche un leggero potere tampone. I buffer invece possono essere di diversa natura, ma generalmente sono costituiti da un acido debole e sale contenente una base coniugata forte (ad. Esempio l’acido acetico con l’acetato di sodio). Nel campo acquariofilo si ricorre spesso all’utilizzo di sali fosfati e ai relativi acidi per ottenere delle soluzioni tampone che mantengano il pH su range acidi. Mentre per quanto riguarda i pH alcalini ci si affida di solito ai bicarbonati di potassio o sodio.
Sull’utilizzo degli acidificanti c’è da dire che alle volte hanno la loro utilità, come nel caso dei pesci amazzonici, dove si deve cercare di ricreare delle condizioni di pH abbastanza acidi. A mio avviso è preferibile rivolgersi verso quegli acidificanti di origine naturale che oltre ad abbassare il pH danno anche un potere tampone che permette di mantenere il pH più stabile. Oltretutto questi prodotti naturali, contenendo acidi umici e fulvici, aiutano a proteggere la cute dei pesci nel caso di sbalzi eccessivamente repentini di pH. Riguardo invece ai cosidetti “buffer” che stabilizzano il pH entro certi valori, bisogna fare attenzione molto ad utilizzarli, in quanto oltre a poter aumentare considerevolmente i fosfati (occhio alle alghe!) aumentano tantissimo anche il valore della conducibilità elettrica in acqua con conseguenti problemi di scambio osmotico (ad esempio per le uova dei pesci).

I chiarificanti sono una categoria di biocondizionatori di diretta derivazione industriale. In ogni impianto di depurazione che si rispetti esistono delle vasche di sedimentazione che servono appunto per eliminare mediante sedimentazione le particelle estranee alla massa d’acqua. Per velocizzare e migliorare il processo di sedimentazione esistono dei prodotti detti “flocculanti” che servono per raggruppare le particelle in agglomerati che divenendo più grossi e pesanti precipitano velocemente sul fondo permettendo una veloce eliminazione. Mentre inizialmente ci si è rivolti alle molecole inorganiche per uso industriale (essenzialmente solfati e alluminati) negli ultimi anni ci si è rivolti, per quello che concerne il campo acquariofilo, a molecole di origine organica come derivati dell’amido di mais e della cellulosa e alle argille che possiedono oltretutto una ottima capacità di scambio ionico e arricchiscono l’acqua di preziosi oligoelementi.
L’utilizzo dei chiarificanti è ormai una cosa che molti utilizzano abitudinariamente. Inutile dire che se in vasca tutto andasse come dovrebbe andare, non ci sarebbe certo bisogno di questi prodotti. Quindi prima di ricorrere a questi prodotti bisogna chiedersi quale può essere la causa di questi problemi. Fatta questa considerazione, se si è individuata la causa e si vuole ottenere una rapida chiarificazione dell’acqua il mio consiglio è quello di rivolgersi a prodotti naturali come le argille. In particolare nel corso degli anni ho utilizzato più volte con successo l’argilla verde ventilata. I risultati sono stati talmente buoni che mi hanno spinto a farne uso periodicamente come tonificante per i pesci.

Arriviamo alla fine di questa veloce carrellata parlando degli additivi complementari. In realtà tutte le sostanze di cui abbiamo parlanto fin’ora possono considerarsi degli additivi, in quanto sostanze che vengono aggiunte, ma la differenza sta nel fatto che la categoria degli additivi di cui parliamo è rappresentata da sostanze che aggiunte in acqua non agiscono direttamente su altre molecole presenti, ma danno di per sé un beneficio alla fauna e/o alla flora acquatica. La derivazione di queste sostanze è spesso frutto di studi nel campo dell’acquacoltura e nell’acquariofilia e a dimostrazione di ciò, si tratta di sostanze immesse sul mercato relativamente di recente. Di questa categoria fanno parte tutti quei biocondizionatori che aggiungono sali e oligoelementi all’acquario. Si può andare dai classici sali per reintegrare il permeato degli impianti d’osmosi inversa fino ad arrivare agli additivi che contengono “preziosi” oligoelementi. Tutti questi prodotti aggiungono qualcosa all’acqua ma non tolgono nulla. Viene spontaneo chiedersi se ci sia o meno un bisogno reale di integrare tutti questi elementi nell’acqua dell’acquario. Ebbene su questo argomento esistono fortunatamente degli studi che ci indicano come i pesci possano trarre beneficio dagli oligoelementi presenti in acqua solo se questi sono carenti nella loro alimentazione e per una quota molto modesta in verità. Un pesce può quindi “estrarre” ciò di cui ha bisogno dall’acqua in caso di eventuali carenze, ma purtroppo questo non basta a coprire il suo fabbisogno medio giornaliero. È di assoluta importanza quindi una sana e varia alimentazione dei pesci prima di tutto. Successivamente si può decidere di utilizzare o meno questi oligoelementi, ma personalmente non ho mai notato la minima carenza su i miei pesci pur utilizzando solo acqua derivante da osmosi inversa e torbata adeguatamente senza alcuna aggiunta di additivi e biocondizionatori.
Giunti alla fine di questo breve articolo vorrei ribadire che tutto quello che è stato scritto non deve suonare come una sentenza, in anni e anni di acquariologia ho imparato che possono esistere diverse verità e si possono ottenere i medesimi risultati con metodi totalmente differenti. Quello che invece conta davvero è la consapevolezza di cosa un biocondizionatore può fare in acquario e cosa invece non può fare. Solo una volta che si conoscono queste cose si può decidere i maniera oggettiva se utilizzare o meno questo o quel prodotto senza lasciarsi trasportare da slogan pubblicitari. Spero che le vostre idee dopo aver letto questo articolo saranno dunque più chiare.

Articolo scritto dall'amico GEX